Ieri stavamo giocando al campetto della chiesa. Il campo era libero e così stavamo facendo una partita tra noi di terza. A un certo punto sono arrivati due grandi delle medie, sono entrati in campo, ci hanno preso il pallone e poi hanno iniziato a giocare passandoselo tra loro, prendendoci in giro perché non riuscivamo a riprenderlo. Per fortuna è passato di lì Luca, il fratello di Pietro che gioca in una squadra dei professionisti e quando ha visto cosa succedeva, in due secondi ha preso il pallone ai due prepotenti e, facendomi l’occhiolino, me l’ha ridato dopo aver detto a quei due di non provarci mai più a farci i dispetti.
A volte i grandi sono prepotenti, ma alcuni sono buoni. Io da grande voglio diventare come il fratello di Pietro, così magari vado anche nei professionisti e poi in serie A.
Anche gli adulti a volte sono prepotenti, i genitori o gli allenatori intendo, mica solo i ragazzi. Lo vedo quando facciamo le partite: certi di loro continuano a dare ordini e si arrabbiano tantissimo se i bambini non fanno quello che viene detto loro. Una volta un bambino si è messo a piangere dopo una sgridata del mister: era in mezzo al campo, ha abbassato la testa ed è rimasto fermo immobile; subito non me ne sono accorto ma poi, passando lì vicino ho visto che cadevano delle gocce per terra e, visto che non pioveva, credo proprio fossero lacrime. Ho anche sentito che diceva delle parolacce che non posso ripetere perché sono brutte; penso fossero rivolte all’allenatore.
La cosa strana è che fuori dal campo, oltre la rete, una signora, che credo fosse sua mamma, continuava a sgridarlo dicendogli di smetterla e di ascoltare il mister. Io penso che se una cosa così succedesse a me, mia mamma sgriderebbe il mister mica me, anche perché io non dico le parolacce.
Mio papà invece qualche parolaccia la dice ogni tanto, quando si arrabbia, ma poche volte. Di solito è tranquillo e anzi scherza quasi sempre…a parte quelle volte che si arrabbia.
Ma poi perché un allenatore dovrebbe arrabbiarsi se un bambino fa una cosa di testa sua e magari poi sbaglia? Io penso che i bambini debbano ascoltare il loro allenatore, ma anche che possano scegliere liberamente; almeno a casa mia facciamo così: i miei genitori mi dicono cosa fare, tipo “è ora di mangiare” o “è ora di andare a letto” e altre cose che stabiliscono loro, ma poi mi dicono sempre che sono io che devo decidere come fare una tal cosa e che se la sbaglio pazienza, anzi, meglio perché sbagliando si impara.

Mi sembra di capire che un allenatore più ci tiene che i suoi bambini vincano e più urla. Sentivo che parlavano di questo anche il mister e il mio papà, una sera dopo l’allenamento. Ricordo che il papà aveva detto:
“Mi sembra che molti allenatori siano esasperati dalla ricerca della vittoria”
“Sì, lo penso anch’io. Poi è inutile dire che la vittoria non conta, che conta impegnarsi, che i bambini sono al centro e tutte queste belle cose. Spesso al centro ci sono gli adulti e non i bambini, altroché!”
“Eh già, e si vede chiaramente da come gestiscono allenamenti e partite”
“Esatto. Io sono criticato perché non sgrido, non urlo, non indico la giocata, faccio giocare tutti, e così perdiamo un sacco di partite. Ma se fossi anch’io alla ricerca della vittoria come obiettivo principale e, ad esempio indicassi le giocate ai bimbi, non lascerei loro spazio e sarebbero in secondo piano perché sarei io il protagonista.”
“In che senso, scusa?”
“Nel senso che molti allenatori senza accorgersene, entrano in un vortice che li porta a focalizzare sempre di più il loro intervento sulla strumentalità specifica del calcio, perdendo la dimensione del gioco, oltre che l’umanità e l’unicità di ogni bambino. In questo modo riducono i bambini ad elementi funzionali al perseguimento dei loro obiettivi come la vittoria”.
“Sì, insomma, si perde di vista la dimensione educativa di una scuola calcio”
“Esatto. E oltre al danno personale che si fa ad ognuno di questi bambini, si mettono le basi per i futuri abbandoni in adolescenza … e per la sconfitta del calcio”
Io non ci ho capito niente, so solo che io a calcio ci vado perché mi piace e mi diverto.